Se il primo libro di Andrea Nicolotti era stato una vera e propria lezione di metodo storico e filologico, questa seconda pubblicazione va ben oltre. Andrea pubblica gran parte dei testi originali latini, graci, arabi, siriaci ed armeni per dimostrare — casomai ce ne fosse ancora bisogno — che il Mandylion di Edessa e la Sindone sono due reliquie completamente distinte. Purtroppo, un giornalista ignorante, Ian Wilson — così lo definisce lo storico A. Desreumaux (p. 6) — avanzò questa ipotesi nel 1978. E i sindonologi non aspettavano altro, visto che la storia antica del telo torinese era stata da sempre lo scoglio maggiore da superare per poter sostenerne l’autenticità.
Il volume non è diviso in capitoli, ma ci sono 36 paragrafi che toccano i diversi argomenti legati alla nascita e sviluppo della leggenda edessena. Che è minuziosamente sviscerata in tutte le sue tradizioni.
Si parte con le origini della leggenda: Eusebio di Cesarea, all’inizio del IV secolo, parla di un rapporto epistolare tra re Abgar V e Gesù in persona (pp. 9-11). Questa storiella, ritenuta apocrifa dal Decreto Gelasiano e falsa da Sant’Agostino, viene ampliata nel V secolo con la Dottrina di Addai. Le lettere diventano un ritratto. Attenti, però: non un ritratto qualsiasi. Un dipinto fatto con «colori scelti». Qui entrano in gioco Daniel Scavone che, nel corso del convegno organizzato dall’ENEA, ha avuto l’ardire di scrivere che i «pigmenti scelti alludono al debolissimo aspetto slavato dell’immagine della Sindone»!!!!! Mitico. Lui e chi ha fatto il peer-reviewer (p. 13). Ma è andata ben oltre Ilaria Ramelli, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore (ora pro nobis), recentemente immolatasi alla causa dei sindonologi. Nonostante la leggenda fosse stata ampliata e modificata dopo Eusebio, la Ramelli la ritiene affidabile, definendola una tradizione letteraria che mette in relazione la Sindone al Mandylion. Scrive in proposito Nicolotti:
-
Pur tentando di recuperare un’antica tradizione alla quale avrebbero attinto sia Eusebio sia la Dottrina — quella medesima tradizione che Sebastian Brock ha definito «prodotto di propaganda e tendenziosa» — è la stessa Ramelli ad aver insistito sul carattere «assolutamente antistorico» del racconto della corrispondenza scritta tra Abgar e Gesù. Sembra pertanto poco coerente che la studiosa, dopo aver dichiarato la non storicità della leggenda sull’epistolario, voglia attribuire valore al racconto dell’immagine dipinta da Anania: se è antistorico il nucleo della leggenda, a maggior ragione lo sarà la sua più tardiva appendice sull’immagine, la cui descrizione, peraltro, nulla ha a che vedere con un lenzuolo sepolcrale. (p. 14)
Ma non è finita qui. C’è il paragrafo sugli Atti di Mar Mari, una rielaborazione del VI secolo della Dottrina di Addai. Il testo in italiano è stato tradotto dalla Ramelli ma — udite, udite — la nostra cattolica del Sacro Cuore è stata accusata di plagio. Gli storici C. Jullien e M. Tardieu l’hanno sputtanata sulla prestigiosa rivista «Le Muséon», accusandola di aver copiato pari pari la traduzione francese e averla ritradotta in italiano. Ma questa è un’altra storia. Comunque parallela alle porcherie fatte da molti sindonologi nel fornire traduzioni strampalate e citare leggende insulse come cronache storiche.
Torniamo agli Atti: qui la leggenda trova un’ulteriore modifica. Dal ritratto fatto con colori scelti, si passa ad un dipinto miracoloso. Sì, perché fu Gesù stesso ad appoggiare un panno sul volto e a lasciare lì impressa l’immagine del suo viso (p. 16). Anche nell’ampliamento della leggenda, comunque, si parla ancora del solo volto di Gesù vivo. (continua...)