Gli atti del convegno organizzato dall’ENEA sulla Sindone sono stati messi online. Da una prima occhiata, si tratta del gruppo Marinelli-Fanti - con il nuovo adepto Paolo Di Lazzaro recentemente immolato alla causa - e nulla più. I soliti sindonologi che da anni se la raccontano tra di loro e che sono detestati dal gruppo di Torino. Ci sono pensionati che consigliano a scienziati di professione come eseguire il C14, avvocati che disquisiscono su contaminazione batterica dei campioni del prelievo del 1988, biologi che fanno lo slalom tra storiografia e filologia e biblisti improvvisati. Particolarmente scadente l’articolo di Diana Fulbright che se la prende con Shimon Gibson - che si professione scava tombe in Israele da 30 anni - per il paragone tra la Sindone e il sudario di Akeldama. Brucia, ovviamente, il fatto che gli unici tessuti funebri contemporanei a Gesù della Palestina romana smentiscano clamorosamente modi di sepoltura e tipo di tessuti usati.


Per contraddire ciò che prova la sindone di Akeldama, Fulbright cita altri casi di panni funebri giudaici. Ma dà informazioni parziali. Infatti, le sindoni di Khirbet Qazone, delle grotte di Qumran, Masada o Gerico, per non parlare dell’Egitto, smentiscono tutte che ci siano somiglianze anche minime con il telo torinese. È costretta addirittura a citare un panno a spina di pesce 3:1 dell’800 a.C. del Sud Tirolo (!) per trovare una somiglianza con la struttura sindonica, dimenticandosi (guarda un po’ che sbadata) di quello medievale conservato a Londra.


Mi chiedo: ma chi è stato il referee dell’articolo di Diana Fulbright? Avrebbero dovuto mandarlo a Gibson o James Tabor - che lei critica - ma di sicuro si sarebbero messi a ridere di fronte a tante inesattezze. Ripeto: i sindonologi nelle loro pubblicazioni non hanno mai citato le sindoni giudaiche (e mai lo faranno), compresa quella di Akeldama, perché è il dato che maggiormente chiarisce l’origine non palestinese e fraudolenta della Sindone.

 

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