Via Crucis: la Veronica, ovvero la donna inesistente
 
Sono giorni di Quaresima questi. E, spesso, ascoltando le stazioni della Via Crucis, ci imbattiamo nella Veronica, la donna che avrebbe asciugato il volto di Gesù durante il tragitto verso il Golgotha. Ma è pura leggenda.
 
La pia invenzione nasce, come spesso accade, dalla fantasia degli autori dei vangeli apocrifi. Vediamo nel dettaglio come nasce questa donna inesistente:
 
30 d.C. circa: nei vangeli di Marco, Matteo e Luca si legge la storia della emorroissa (Mc. 5,25-34; Mt. 9,20-22; Lc. 8,43-48) che, toccando il mantello di Gesù, guarì miracolosamente.
 
310 circa: lo storico della chiesa Eusebio di Cesarea scrive: «Poiché ho menzionato Cesarea Filippi (cioè Panea) non mi sembra conveniente di passare sotto silenzio una storia degna della memoria della posteriorità. L’emorroissa, che come si sa dai vangeli fu dal Salvatore guarita dal suo morbo, si dice fosse oriunda di questa città. Qui è ancora additata la sua casa e un meraviglioso monumento a ricordo del beneficio ricevuto dal Salvatore. Sopra un grande masso, davanti alla casa che fu l’abitazione dell’emorroissa, si erge la statua in bronzo di una donna che piega il ginocchio ed ha le mani protese nell’atteggiamento della persona che supplica. Di fronte a lei, c’è un’altra statua bronzea raffigurante un uomo in piedi, avvolto in uno splendido mantello, che stende la mano alla donna. Si dice che questa statua ritragga Gesù. è rimasta fino ai nostri giorni. L’abbiamo vista con gli stessi nostri occhi durante il nostro soggiorno in quella città.» (Storia ecclesiastica VII, 18)
 
400 circa: Macario Magnesiaco, vescovo di Lidia, nella sua opera Apocritikos – un’apologia del cristianesimo contro le obiezioni pagane – afferma che l’emorroissa, di cui parlò anche Eusebio, si chiamava Berenike. (I, 6, 1-8)
 
450 circa: l’autore dell’apocrifo Vangelo di Nicodemo, che amplia la corrispondenza altrettanto falsa tra Pilato e Tiberio del 200 d.C., aggiunge che la donna che aveva perdite di sangue si chiamava Veronica (Vacilla, Balilla, Basilissa o Berenice come riportano manoscritti latini, greci, paleoslavi o copti). Visto che il nome proprio Veronica sembrava derivare da vera-icona, nel successivo ampliamento della leggenda questa donna inesistente non è più associata all’emorroissa, bensì ad un’immagine miracolosa.
 
VII sec.: in questo periodo vengono composte le varie parti che costituiscono un altro scritto apocrifo: la Morte di Pilato. In esso si narra la seguente storia: «Quando il messo se ne tornava alla sua abitazione, si incontrò con una donna di nome Veronica che era stata confidente di Gesù […] Veronica: «Quando il mio Signore girava predicando, io con molto dispiacere ero privata della sua presenza; volli perciò dipingermi un’immagine affinché, seppur privata della sua presenza, avessi un sollievo almeno con la rappresentazione della sua immagine. Mentre stavo portando un panno da dipingere al pittore, mi venne incontro il mio Signore e mi domandò dove andavo. Avendogli manifestato il motivo del mio viaggio, egli prese il panno e me lo restituì insignito della sua venerabile faccia. Orbene, se il tuo signore osserverà questa immagine subito riacquisterà il beneficio della sanità». […] Cesare Tiberio fece dunque preparare la strada con panni di seta per accogliere la “veronica” e ordinò che gli fosse presentata l’immagine. Non appena la guardò, ottenne la primitiva salute. (Morte di Pilato I,2).
Analogo racconto è contenuto in altri tre scritti apocrifi pressoché contemporanei: Il Ciclo di Pilato, La guarigione di Tiberio e La vendetta del Salvatore.
 
1160 circa: il canonico della Basilica di San Pietro, Pietro Mallius, ipotizzò che la leggenda della Veronica, della «vera-icona», fosse nata quando Gesù aveva sudato sangue (nel Getsemani): «La Veronica è senza dubbio (sine dubio) il sudario in cui egli, prima della Passione, deterse il suo santissimo volto quando da esso caddero a terra sudore e sangue». Mallius aveva probabilmente rielaborato i versetti di Luca (22,44) «In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra».
 
1207: il teologo Giraldo Cambrensis fece anch’egli l’ennesima supposizione. Era assai probabile, scrisse il monaco, che l’immagine dell’ormai nota Veronica fosse stata impressa prima dell’arresto di Gesù e aggiunse: «Alcuni sostengono che sia così chiamata da veram iconiam, che significa, vera immagine».
 
1300 ca.: un motivo della Passione  nella Bibbia di Roger d’Argenteuil viene illustrato con la donna di nome Veronica che asciuga il volto di Gesù durante il tragitto verso il Golgotha. Da questo momento, le repliche della reliquia adottano l’iconografia della corone di spine.
 
XV sec.: la leggenda trova finalmente la sua versione definitiva: sul velo della Veronica c’era l’immagine del volto di Gesù che si era asciugato il viso lungo il tragitto verso il Golgotha. Da questo momento in avanti, la rappresentazione della Veronica che asciuga il volto di Gesù viene inserita nella Via Crucis (anche se è mai non esistita...).
 
 
Nata dalla fantasia dei vangeli apocrifi
sabato 24 marzo 2007

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